Undici decimi


 Ho tempo. Che per dire, c'è un tempo per tutto ma sempre più diseducato ad entrare in quel tempio che siamo. Io invece ci lavoro. Il tempio sono io. Dentro sono ancora io. Qualcuno mi dira' che sono triste, qualcun altro mi chiamerà asociale. Chi non vorrà conoscermi dirà che sono esuberante. Chi ha paura, che sono strana. Pochi quasi nessuno sapranno riconoscermi. Negli occhi di molti mi disconoscero'. Molti volti si volteranno. Non verso di me.

Cosi' in questo temp(i)o ho imparato dove si colloca il seme di ciò che io divento. 

Ogni volta che disconoscendomi e perdendo il consenso 

Scopro cosa voglio essere. In quale Altro sguardo mi riconosco.

 Molti sguardi ci guarderanno ma non li vedremo. Non abbiate pena. Non è che siamo ciechi. È che portiamo sguardi diversi. Come gli occhiali. Prendete me per esempio.

A 18 anni tenevo 11 decimi di diottrie. Ipermetropia. Sentenziò l'oculista.' In poche parole ci vedi di più.  Usi tutta la vista che hai. Perciò ti prende il mal di testa. '.

Per fortuna che poi invecchiando sono diventata una comune 'occhiali da riposo', per guidare, di notte,  e andare al cinema, se necessario. E ho rallentato  a sforzare di guardare. Perché quello che vedevo non mi piaceva. O magari perché cercavo altrove. 

Ma in fondo forse non è neanche poi tanto funzionale all'organismo vedere più del necessario. Cosi la vista calò un po' a 27 anni. E il mal di testa sfumo' quasi subito in adolescenza. All'epoca già sapevo che avrei scelto un altro modo di guardare e così ho deciso di sezionare cervelli. Non alla Dexter. Si tratta di un altro tipo di chirurgia. Complessa e sorprendente tanto quanto sezionare un corpo umano e non sapere mai cosa ci trovi dentro. Direbbe un certo carissimo signor Carl Gustav Jung. 

Così ho deciso di guardare nelle cose invisibili e ho scelto psicologia perché in fondo, scusate il gioco di parole, cercavo 

E In fondo, è rimasto qualcosa nel #fundus della mia cavità oculare, nel mio modo di guardare, in quella ricerca visiva, in un accomodare continuamente le cose, dando rilievo prima alla figura poi allo sfondo. O scambiando le parti. Vedere e cercare è il mantra del mio lavoro. Senza gli occhi non ha molto senso esprimersi in questa esistenza. Suppongo. A volte si fatica, spesso mi si asciugano. Aggiungo lacrime artificiali. Ne verso tante. Perché mi emoziono facilmente. E continuo a guardare anche quando bruciano. Le emozioni. Le situazioni. Gli occhi.

Tutto comincia cosi': - e a spiegarlo sono le ricerche sui #neuronispecchio ben noti ai neuropsicologi e agli esploratori dell' universo psichico infantile-

Appena viene al mondo il bimbo avvolto nelle sue fasce e nei suoi lembi sottili di pelle in formazione,  con il cervello ancora in genesi e la psiche nel marasma viene per la prima volta visto. Ovviamente quando è seriamente fortunato, ad offrirgli quel regale gesto di guardarlo è sua madre. Sangue del suo sangue. Volto del suo volto. E il processo di 'mirroring' si mette in moto. Si scatena. Sorridere attraverso lo sguardo sarà la risposta riflessa. Naturale e immediata del piccolo. E sì. Perché 

Guardare ci fa sorridere. Essere amati. Essere guardati ci fa sorridere. Amare.

.

Il #rispecchiamento non dovrebbe essere solo la promessa iniziale d 'amore. L'atto consegnato al bambino, alla nascita dallo sguardo della madre. Lo sguardo della madre dovrebbe essere così forte e irradiante da bastare all'essere umano per conservare nel proprio tempio tutta l'energia per volgere lo sguardo all'amore e individuarlo, soprattutto quando questo mancherà. Ma non basta. A me non è bastato infatti ho deciso che da adulta l' avrei fatto. Cosa? Come? Quando?

Accompagnare le persone nell'arduo compito di sostenere la promessa che si sono fatte da piccole, da bambini. Continuare a cercare  quello sguardo che ci riguarda, e non arrendersi, a  quelle scelte d'amore che non ci appartengono perché non le sentiamo nostre. Ma aprire gli occhi a nuove possibilità. 

Che quelle che  sentiamo  nostre semplicemente è perché "le sentiamo". Ogni volta che mi sono confrontata con questo, per separarmi dal vecchio e continuare ad individuarmi, ho dovuto operare scelte difficili, in cui scorporare cosa prendere e cosa lasciare. Anche e spesso quando lo sguardo che mi ricambiava io lo amavo, ma non bastava. Non poteva proseguire a guardare le cose con me. Quindi ho dovuto sezionare un dolore, capirlo. Osservare cosa restava intatto. Di me. Quanto impegno avrei di nuovo dovuto metterci. A portare la luce nel tempio. A non aver paura di entrarci. A scegliere di nuovo la solitudine. Al caos. 

Oggi dentro a questo tempio  ci sono quelle "cose" che mi permettono di portare la luce

Lo sguardo sull'amore

Ia forza  di cercare il  bello

E soprattutto il coraggio di saperlo riconoscere 

Quando lo trovo, ogni volta, come fosse la prima e di viverlo a polmoni aperti. Con tutta la paura e la stanchezza e la vita.

Queste "cose" sono le #parole

La mia attitudine incessante a parlare

E quella a voler ascoltare storie che provengano davvero da ogni altro tempio. E davvero stiano dentro ogni pezzetto di parola, di luce. Dentro ogni sguardo autentico.

Ed è questa la ragione per cui  quando mi innamoro, passa tutto dapprima attraverso quel piccolo incontro che molti chiamano ' scintilla'. E che per me è situata nello sguardo. Negli occhi le parole dicono cose che non hanno bisogno di spiegazioni, sottotitoli, approfondimenti.

In quel tipo di contatto  li' le parole in senso grammaticale perdono peso.

Gli occhi diventano parole. Le parole diventano occhi.

E Io l' Altra notte ho visto la mia prima  Stella cadente.

Commenti

Posta un commento

Post più popolari